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| | Sei in: Home > Itinerari escursioni > GallipoliGallipoli: la perlaAntico nome della città era Anxa (Plinio). Probabilmente perchè Gallipoli sorge su un promontorio che domina due larghe insenature del mar Ionio: a Nord fino a Santa Maria al Bagno e a Sud fino a Torre del Pizzo. Successivamente prevalse il nome di Gallipoli dal greco Kalé polis (città bella). Il fascino di questa città è indiscutibile. Una gita virtuale nel borgo antico arroccato sull'isola calcarea, separato dall'entroterra dal ponte. (clicca sulle miniature per visualizzare le foto)  | Percorrendo il ponte, a sinistra uno sguardo verso il porto peschereccio con sullo sfondo la cappella di Santa Cristina e la Chiesa di Santa Maria del Canneto. Il Rivellino costituiva l'avancorpo del castello aragonese su disegno dell'architetto militare Francesco Giorgio Martini da Siena che giunse al seguito del Duca di Calabria. Il complesso viene probabilmente realizzato incorporando il preesistente castello angioino (1269) che a sua volta insisteva su una fortificazione di origine bizantina. | |  | Superato il ponte iniziamo a percorrere il periplo dell'isola in senso antiorario lungo la Riviera Cristoforo Colombo. Icontriamo la chiesa di S. Francesco da Paola. Edificata nel 1630, conserva al suo interno una Pietà a carboncino e una pittura lignea del volto di Santa Maria ad Nives (antico nome della chiesa). Sull'esterno la raffigurazione maiolicata del santo cui à dedicata. |  |  | Svoltiamo a sinistra in Via Nizza per andare a scoprire un autentico gioiello: palazzo Tafuri con il prospetto in tufo carparo brunato. Il carparo (calcarenite pleistocenica fossilifera) è simile alla pietra leccese ma risulta più scuro e resistente. Un colore a metà fra l'ocra gialla e rossa, calda e malleabile, idonea a rappresentare le volute rococò. Indubbia l'influenza spagnola nelle balconate in ferro battuto. |  | Lasciato palazzo Tafuri, torniamo sui nostri passi. Svoltiamo in Riviera N.Sauro ed ecco la spiaggia della Purità. Un paesaggio incantevole. La chiesa Santa Maria della Purità (1662-1665) è stata edificata per commissione della confraternita degli scaricatori di porto (bastasi) sotto la direzione di Mons. Montoya. All'interno la pala dell'altare che raffigura la Madonna della Purità è di Luca Giordano (scuola napoletana). Il dipinto rappresenta una delle tante repliche dell'opera omonima di Luis De Morales custodito nella chiesa dei Teatini a Napoli. Ancora all'interno la statua della Madonna della Misericordia che nel rito del Sabato Santo viene portata in processione a conclusione della Settimana Santa. Notevoli gli scanni ed il pavimento maiolicato settecenteschi con cesti di fiori e frutta. |  | Raggiunto il lato opposto del seno della Purità, svoltiamo a sinistra in Via Saponere. Nella tradizione Gallipoli vanta l'invenzione del sapone di Marsiglia, come sottoprodotto della lavorazione dell'olio lampante. Comunque sia, la presenza di numerose botteghe saponiere è testimoniata dalla via omonima. La nostra meta è la chiesa di San Francesco d'Assisi o chiesa del Malladrone. La facciata in tufo di carparo fu realizzata nel 1736. All'interno il presepe in pietra attribuito a Stefano di Putignano (sec. XVI) e sull'altare maggiore un tavola del Pordenone oltre a numerosi frammenti di affreschi cinquecenteschi. Nella cappella detta degli spagnoli realizzata su commissione di Giuseppe De La Cueva (sec. XVII), sono collocate le statue lignee del buon (Disma) e cattivo (Misma) ladrone con il Cristo morto (ad opera di Vespasiano Genuino). La tradizione vuole che ogni anno le vesti del Mal Ladrone debbano essere restaurate in quanto si deteriorano così come il peccato deteriora l'animo degli uomini. Il D'Annunzio, che ebbe modo di osservare la statua, la ricorda come 'l'orrida bellezza'. |  |  | Ritorniamo in Riviera N. Sauro per raggiungere poco più avanti la chiesa di S. Maria degli Angeli. Sulla facciata la rappresentazione maiolicata di Maria con una riproduzione dell'isola di S. Andrea dove sorge il faro di Gallipoli. In direzione dell'isola, nei mesi invernali e primaverili, è possibile scorgere il profilo dei monti della Sila sul versante calabrese. |  |  | Continuando la passeggiata lungo il perimetro esterno percorriamo quelle che un tempo erano le mura con baluardi difensivi, oggi terrazze-belvedere. Incontriamo prima la Chiesa del Crocifisso costruita per commissione della Lega dei Bottai. La costruzione di botti era strettamente connessa con il commercio dell'olio lampante (usato per l'illuminazione fino all'avvento dell'elettricità. A fianco la Chiesa di San Domenico del Rosario con la sua facciata convessa incompleta nell'ordine superiore. All'interno si possono ammirare diversi dipinti del Cataldo (gallipolino) e di Luca Giordano (napoletano) oltre ad una incantevole volta a padiglione. |  | Imbocchiamo la stradina tra le due chiese (via Rosario) poi a sinistra via Cantalupo, per giungere alla nostra meta: Via Antonietta De Pace garibaldina, nata a Gallipoli, che partecipò ai moti del 1848. Accanto a palazzi gentilizi (riportati allo splendore originario) si possono incontrare i segni di una vita che pullula con gli abiti seduti al sole per scacciare gli ultimi brividi invernali. |  |  | Sul lato destro di via De Pace l'ingresso al Frantoio Ipogeo. Durante il periodo di massimo sviluppo commerciale della città tutto l'olio prodotto nella provincia confluiva a Gallipoli. In particolare, qui si produceva l'olio lampante, si parla di una produzione pari a circa 80.000 chilogrammi. La lavorazione si eseguiva ininterrottamente per 6 mesi all'anno con turnazioni della manodopera e degli animali (asini per la macina). La produzione su larga scala consentiva il commercio in tutta Europa e nell'Asia minore (Turchia). Lo sviluppo fu tale che diversi stati (Olanda, Francia, Russia e Gran Bretagna) insediarono le loro rappresentanze consolari nella città, alcune presso il Palazzo Granafei. Ed ecco che si poneva un problema: l'olio stivato nelle cisterne delle navi, alle basse temperature invernali nei porti delle città del nord, si solidificava rendendo difficili le operazioni di scarico e commercializzazione. La tradizione vuole che qui a Gallipoli si diede inizio alla pratica commerciale del vuoto a perdere: l'olio lampante veniva stoccato in botti che all'arrivo potevano essere facilmente scaricate e smontate (vuoto a perdere) e l'olio solido venduto in pani di diverso taglio. Nel borgo antico sono censiti in catasto numerosi (da 30 a 100) frantoi ipogei. La tradizione realizzare frantoi sotterranei si deve far risalire al periodo dei monaci basiliani (di rito greco bizantino), che dopo lo sbando in seguito alla caduta dell'impero romano, riorganizzarono la vita culturale ed economica della provincia. La pietra locale calcarea risultava adatta allo scavo e questo consentiva di risolvere problemi statici connessi al peso che la volta doveva sopportare in corrispondenza delle pesanti macine in pietra. |  |  |  | Ed ora la spettacolare facciata della cattedrale di S. Agata, probabilmente edificata sulle rovine della cattedrale in stile normanno (1126?). L'ordine inferiore in stile classico, quello superiore in un esuberante realizzazione barocca secondo le regole dello Zimbalo. All'interno una vasta raccolta di tele: Catalano, Coppola (autoritratto nella navata a sinistra), Malinconico (Nicola e Carlo), Francesco Genuino (autore anche della facciata). |  |  |
Bibliografia: 'Itinerari salentini', Regione Puglia - assessorato al turismo; ente provinciale per il turismo di Lecce 'La Guida del Salento. Itinerari costieri', Luciano Graziuso - Capone Editore 'L'Italia: Puglia'; vol.17 - Touring Club Italiano |