Salento da scoprire

Luna a Pescoluse, foto di Marco Amarù
Palude del Capitano
Pescoluse
Pajara del Salento
Otranto, lago di Bauxite
Dolmen li scusi
Torre Minervino
Orchidea selvatica

Salento da scoprire, un viaggio oltre le mete turistiche.

Molti conoscono il Salento solo per le sue mete turistiche, ma questa terra può offrire molto di più. Come spesso accade i tesori sono gelosamente custoditi in luoghi al di fuori dei circuiti tradizionali. Le campagne salentine testimoniano l'abilità di un popolo che ha ereditato dai Messapi, l'arte della costruzione a secco: muretti in pietra e pajare, architettura contadina ma non per questo meno nobile. Le pajare erano riparo estivo per le famiglie che nella bella stagione lasciavano le abitazioni in paese e si trasferivano in campagna per curare e custodire le coltivazioni che avrebbero garantito la sopravvivenza per l'inverno successivo. Sul nostro terreno abbondano rocce e pietre cui il contadino deve strappare pochi scampoli di terra rossa. Le pietre estratte dal terreno, venivano catalogate per forma e pezzatura e come un gigantesco mosaico, assemblate nella tecnica di edificazione a secco. Spesso la fantasia dell'esecutore si esprimeva in forme originali unite alla funzionalità degli edifici: pajare a gradoni, furnieddhri (piccoli forni per la cucina).

Ma tutto ciò ha radici profonde e suggestioni ancestrali. Le specchie sono ancora visibili nel Salento. Si tratta di monumentali ammassi a forma di cono, costituiti da rocce e pietre, realizzate sulla sommità dei pochi punti elevati del nostro territorio piano. La punta del cono è concava. Si presume che le specchie venissero utilizzate dall'uomo preistorico per avvistare le prede da cacciare nelle piane sottostanti a quel tempo ricche di boschi, macchia e paludi dove venivano ad abbeverarsi cervidi, bovidi e persino elefanti (resti rinvenuti nelle vore - piccole voraggini, inghiottitoi del terreno carsico - come ad esempio la vora di Presicce, quella di Barbarano). Una volta individuato l'esemplare prescelto, i cacciatori discendevano per lanciarsi all'inseguimento della preda. Spesso la caccia poteva protrarsi fino a sera ed ecco che le donne, rimaste nei pressi della specchia, accendevano fuochi sulla sommità concava per indicare la via del ritorno agli uomini che avrebbero portato nutrimento a tutto il villaggio. L'emozione che si prova a salire su una specchia è indescrivibile: il vento sussurra echi lontani di guerre tra i villaggi, gemiti di felicità al ritorno dei cacciatori, monito di uomini antichi che ci raccontano di una vita selvaggia ed implacabile.

Una concentrazione straordinaria, nel Salento, di Menhir, sentinelle mute che presidiano crocevia antichi e che nemmeno la cecità dell'oblio dei millenni, ha trovato il coraggio di abbattere. Solo la cristianità ha osato infrangere il mito, trasformandone alcuni in comodi piedistalli per Croci. Alti mediamente dai 4 ai 5 metri, si tratta di monoliti di pianta rettangolare con ricorrente orientamento ad oriente. Il loro significato è andato perduto. Segnali di riconoscimento delle vie dell'acqua quando la presenza di corsi d'acqua era questione di sopravvivenza? Calendari litici per segnare il ritorno della stagione dell'abbondanza? Luoghi solenni dove suggellare contratti, unioni, alleanze, celebrare riti propiziatori? Ipotesi che potrebbero essere tutte altrettanto plausibili. Certa è la loro funzione sacra e rituale, dal momento che l'uomo preistorico non avrebbe impiegato tempo ed energie (cavare da un banco di roccia un blocco unico di pietra da erigere) per attività che non fossero ritenute necessarie.

Un uomo si è posto domande quando nessuno sembrava prestare attenzione alle grandi pietre del Salento. Per trent'anni ha attraversato in lungo ed in largo la penisola salentina alla ricerca di queste testimonianze indecifrabili del passato. Raccoglieva segnalazioni di contadini, sovrani incontrastati di luoghi dove il silenzio della memoria perduta, ha preservato questi tesori. Alberto Signore, il gran Maestro dei Menhir del Salento. Per primo ha censito e segnalato alle autorità l'importanza di una tale ricchezza culturale. Spesso provocatorio, ma solo per il fine ultimo di risvegliare le coscienze addormentate di chi con sufficienza ha archiviato frettolosamente un capitolo della nostra storia di uomini. Le sue azioni hanno ottenuto l'effetto di attirare l'attenzione non solo degli addetti ai lavori (enti, studiosi) ma soprattutto degli abitanti locali, i soli veri custodi del territorio. Ad Alberto Signore dobbiamo l'intuizione che nelle campagne, al riparo di occhi indiscreti, chiunque avrebbe potuto distruggere per sempre tracce di una umanità che muoveva i suoi primi passi. Oggi si aggira soddisfatto nei paesi della provincia dove anche i bambini sanno cos'è un Menhir e spesso è chiamato a celebrare la gioia di un nuovo ritrovamento. Un salentino doc, geniale nella sua consapevolezza che ciò che produce ricchezza in un territorio è la sua cultura: inimitabile ed inesauribile fonte d'ispirazione per i suoi abitanti.

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patrizia

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